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L’unico giubbotto che non bisogna mai dimenticarsi

Dotazione di sicurezza per eccellenza, anche se troppo spesso colpevolmente dimenticata nel gavone e non soltanto dal diportista della domenica, il giubbotto di salvataggio è imprescindibile per chi va per mare.

La recente edizione della Barcolana, disputata con raffiche di bora oltre i 40 nodi e con diverse barche danneggiate e pure qualche uomo a mare, ha suscitato diverse polemiche anche per le immagini che mostravano, in tali condizioni meteomarine, tanti equipaggi sprovvisti di giubbotto. Al contrario, e al di là delle normative che lo prescrivono a bordo tra le dotazioni obbligatorie a partire dai 300 metri dalla costa, il giubbotto non dovrebbe essere soltanto un arredo del gavone ma dovrebbe essere la prima cosa da indossare ancor prima di mollare gli ormeggi, e in ogni caso sempre e comunque anche in condizioni meteo ideali, perché in mare l’imprevedibile è sempre dietro l’angolo. Ma questo è un discorso vecchio e che fa storcere il naso a molti, nonostante si susseguano puntuali ogni anno gli incidenti mortali causati (anche) dalla mancanza di tale dotazione.

Esistono fondamentalmente due grandi categorie: quelli tradizionali in espanso e quelli autogonfiabili. I primi (come questo Giubbotto salvagente Aurora 150N (EN 12402-3) (osculati.com) conservano intatta la loro validità e sicurezza, unite al non trascurabile aspetto di un costo decisamente economico. Tuttavia sono ormai sempre più diffusi gli autogonfiabili, che a loro volta si dividono in due grandi categorie: automatici o manuali (ossia con gonfiaggio a strappo grazie a un laccio e un’impugnatura). Va da sé che i primi rappresentano un innegabile vantaggio sotto il profilo della sicurezza, perché in caso di persona priva di coscienza si gonfiano automaticamente. Entrambi stanno ormai superando, in termini di diffusione, i modelli in espanso i quali certamente non presentano rischi di mancato gonfiaggio per problemi tecnici oppure di foratura (peraltro rari), ma dal punto di vista della praticità addosso non sono paragonabili ai gonfiabili. Oggi infatti esistono modelli che sono poco più di una striscia sottile di tessuto (come questo Salvagente autogonfiabile Fun 150 N (EN ISO 12402-3) (osculati.com), al cui interno è racchiusa la bomboletta di gas che ne permette il gonfiaggio istantaneo: questo può avvenire in due modi, grazie a una pastiglia di sale che a contatto con l’acqua fa detonare la bomboletta, oppure con meccanismo idrostatico che entra in funzione soltanto con l’immersione a pochi centimetri. Eccone un esempio: Salvagente autogonfiabile Sail Pro 180 N (omologato EN ISO 12402-3) (osculati.com) . Quest’ultimo è più indicato per chi, ad esempio nelle regate, vuole evitare aperture accidentali causate ad esempio da onde che si abbattono in coperta. Gli autogonfiabili hanno a volte anche un beccuccio per permetterne il gonfiaggio manuale in caso di problemi al meccanismo automatico e sono soggetti ad un’attenta manutenzione, ossia bisogna sempre accertarsi che la cartuccia o bomboletta sia in buone condizioni, che non presenti tracce di usura, insomma che sia pronta a fare il suo lavoro. Nel dubbio, bisogna sostituirla con uno dei tanti kit in commercio, al costo di pochi euro.

C’è anche un’ampia gamma di accessori che possono arricchire (si parla sempre di sicurezza, non di estetica) il giubbotto che andrete a scegliere. Uno su tutti, il paraspruzzi o sprayhood, il cappuccio trasparente che permette al malcapitato finito in mare di non morire annegato respirando le microscopiche gocce nebulizzate delle onde, ed è un accessorio da tenere nella massima considerazione.

Molti modelli prevedono anche un fischietto, per orientare a livello uditivo le ricerche di uomo a mare, e una luce di emergenza che si attiva a contatto con l’acqua per consentire di essere visti nel buio.

Un altro dettaglio non trascurabile è il gancio omologato per l’attacco al cordone ombelicale: se presente, consente di non indossare un imbrago e di potersi attaccare quindi in tutta sicurezza alle lifeline. Molto importanti anche le cinghie sottogamba, perché impediscono al giubbotto di sollevarsi e creare problemi di respirazione al naufrago.

Sulla classe di galleggiamento da scegliere, è bene sapere che i giubbotti da 100N sono omologati per la navigazione entro le 6 miglia mentre i 150N per qualunque distanza dalla costa. Ma sono altri i dettagli tecnici che determinano poi anche forti differenze di prezzo e qualità, come ad esempio la capacità del giubbotto di portare nel minor tempo possibile il corpo del naufrago nella posizione più sicura, ossia a pancia in su e con la testa il più possibile fuori dall’acqua.

Per il resto, il consiglio è di scegliere produttori e rivenditori di comprovata serietà e con tutte le omologazioni di legge: il giubbotto di salvataggio non è certamente tra le dotazioni di bordo su cui vale la pena risparmiare.