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L’autonomia energetica di bordo è l’obiettivo di ogni armatore e per raggiungerla ci sono molteplici strade tecnologiche, molte delle quali si intersecano, ma una di queste è diventata di gran lunga la preferita e la più percorsa, sia per il rapporto costi/benefici sia per la sua cornice “green” che ne fa la principale fonte a impatto zero sull’ambiente: l’energia solare.

La maggior parte delle barche a vela è ormai dotata (anche) di pannelli fotovoltaici, grazie ai progressi vertiginosi dell’industria di settore negli ultimi anni. Con poche decine di euro ormai si possono acquistare prodotti in grado di mantenere sempre cariche le batterie di bordo nei mesi invernali, mentre con un piccolo investimento in più si può tranquillamente o quasi far fronte ai normali consumi di una vacanza in rada.

Negli scafi di dimensioni maggiori i pannelli solari sono sempre parte integrante di un impianto con diverse fonti energetiche, dal tradizionale generatore (non esattamente ecologico ma certo di gran comodità se sufficientemente silenzioso) ai generatori eolici e agli idrogeneratori. Ma mentre il generatore tradizionale richiede comunque un motore acceso e un consumo di combustibile, mentre eolico e idro necessitano comunque l’uno di un aiuto meteo con la presenza di vento e l’altro l’indispensabile movimento dello scafo sull’acqua, il pannello solare non richiede nulla di tutto ciò e fornisce energia gratuita lungo l’intero arco della giornata, naturalmente con tutte le puntualizzazioni del caso: grado tecnologico del pannello (e quindi costo iniziale), tecnologia dell’impianto, irraggiamento più o meno buono, eccetera eccetera. Ma con tutte le precisazioni possibili e immaginabili, quella dei pannelli solari è ormai una scelta percorsa dalla maggior parte degli armatori interessati a trascorrere il minor tempo possibile in banchina con la barca collegata alla colonnina del 220.

Non entreremo nel merito dell’infinito dibattito sulle varie tipologie di pannelli e sulle offerte sterminate presenti sul mercato, da aziende italiane leader a prodotti cinesi più o meno validi ad altri decisamente da evitare: ognuno faccia le sue valutazioni secondo le sue esigenze e, soprattutto, le sue tasche. Ciò che subentra invece in un secondo momento, dopo cioè aver fatto la scelta di destinare un piccolo investimento all’energia fotovoltaica, è la decisione su come e dove posizionare i pannelli su una barca a vela che, in media, di spazio non ne ha molto e soprattutto necessita di essere manovrata in navigazione. Qui il dibattito non è infinito, ma poco ci manca.

Vediamo dunque quali sono le principali scelte tecniche sul posizionamento dei pannelli. Sono essenzialmente cinque i punti in cui si possono installare: bimini, telaio a poppa, tuga, draglie, pali.

Partiamo dal bimini, il telaio d’acciaio con il tessuto che permette di ripararci da sole e pioggia mentre navighiamo o riposiamo in rada. E’ forse la soluzione preferita dalla maggior parte dei velisti perché ha indubbi vantaggi: non ostacola minimamente le manovre di bordo, permette un irraggiamento ottimale del pannello in quanto lontana da possibili zone d’ombra rappresentate da randa e/o boma e, non ultima, con qualche accorgimento permette anche un rapido smontaggio del pannello per essere riposto al sicuro sottocoperta nel caso di tempeste in arrivo o altri problemi.

La soluzione del bimini è quindi ottimale, ma necessita di qualche precauzione: intanto per essere sfruttata implica la scelta di pannelli flessibili o semiflessibili, che sono molto più leggeri, e non rigidi, se si vuole piazzare il pannello direttamente sul tessuto. E poi bisogna prestare attenzione al surriscaldamento, perché non sono rari i casi di bruciature del bimini. Diverse aziende specializzate forniscono kit di installazione con velcro, cerniere, bottoni, già predisposti proprio per il montaggio sui tessuti e molto comodi.

Nel caso del fai da te, prestate attenzione a lasciare uno spazio adeguato sotto il pannello per permetterne la ventilazione e, in ogni caso, a realizzare un corretto isolamento termico. La scelta del bimini ha qualche difetto? Sì, forse l’unico: i pannelli non sono ovviamente orientabili. Di conseguenza, non potrete mai avere l’irraggiamento perfetto con il sole perpendicolare alla superfice del pannello. Ma la grande comodità di questa soluzione compensa questo difetto.

Direttamente collegata al bimini, c’è la scelta di chi non vuole o non può per ragioni di spazi avere a bordo quel grande parasole in tessuto e opta per il montaggio dei pannelli solari su un telaio analogo a quello del bimini, ossia una semplice struttura di acciaio ad arco all’estrema poppa su cui piazzare i pannelli. Questa soluzione ha un paio di vantaggi in più rispetto alla precedente: permette l’installazione anche di pannelli tradizionali rigidi (dai costi nettamente minori) perché in grado di reggere tranquillamente il peso, e permette la regolazione su un asse, non ancora ideale ma comunque vantaggiosa rispetto a un pannello statico.

La crescita tecnologica ha permesso negli ultimi anni la diffusione di pannelli solari calpestabili. In questo ambito rientra la scelta di chi preferisce installarli nella zona immediatamente davanti o dietro l’albero o sulla tuga. I vantaggi: la semplicità di installazione (spesso vengono messi addirittura “volanti” ossia fissati solo con cimette agli occhielli oppure con velcro) e la possibilità, grazie alla leggerezza, di essere spostati nell’arco della giornata e posizionati in punti migliori per l’irraggiamento, ad esempio cambiando lato in navigazione.

Gli svantaggi: albero e vele (e boma per chi sceglie di posizionarlo sotto di esso) rappresentano inevitabili zone d’ombra che determinano una performance non ottimale del pannello. A questo si unisce il fatto che un pannello calpestabile non significa che sia indistruttibile e in caso di prolungate manovre alle vele, i posizionamenti sulla tuga o in zona albero potrebbero dare origine a problemi.

Tornando alla zona della estrema poppa, una soluzione parecchio diffusa all’estero dove notoriamente badano più al sodo che all’estetica è quella del palo montato sullo specchio, su cui è fissato il pannello. Questo sistema è adottato anche sui Mini 650 e, con un minimo di manualità, regala un vantaggio unico: è l’unico sistema che permette un orientamento totale del pannello rispetto al sole perché, con un semplice snodo sotto il telaio, consente una regolazione pressoché completa sui due assi, volendo anche con l’ausilio di cimette e strozzatori per non doversi alzare pericolosamente con un po’ di onda. Come la soluzione del telaio ad arco, anche questa permette naturalmente l’installazione di pannelli rigidi.

In ultimo resta la scelta di installare i pannelli longitudinali all’esterno delle draglie, con un effetto in navigazione di “ali di gabbiano” a sbalzo sull’acqua. Chi conosco tra coloro che hanno optato per questa scelta, l’ha fatto essenzialmente perché non voleva installare nulla a poppa, né pali né telai. I vantaggi sono due: semplicità d’installazione e regolazione.

Si possono montare sfruttando semplicemente gli occhielli di cui sono dotati molti pannelli, fissandoli alle draglie con cimette e, volendo fare un lavoro ottimale, un paio di piccoli supporti telescopici che permettono la regolazione (ovviamente su un solo asse, quindi parziale) rispetto al sole. Sono facilmente asportabili in pochi secondi per essere rimessi sottocoperta e, particolare non di poco conto, le draglie è un punto in cui lo spazio è più abbondante che altrove, tale da permettere certamente l’installazione di un numero di pannelli maggiore rispetto a un bimini. Gli svantaggi: rappresentano comunque un’appendice della barca e per giunta piuttosto fragile e a sbalzo sull’acqua, quindi soggetta alle onde. Ad ogni manovra in porto bisogna quanto meno riposizionarli interni alle draglie per limitare al minimo il rischio di rotture. La regolazione rispetto al sole è buona ma non ottimale.

Insomma, buona scelta nel caso di lunghe navigazioni e lunghe rade, un po’ meno se uno deve rientrare spesso in porto. Ma è anche vero che se devi rientrare spesso in porto forse non ti servono i pannelli solari.

Stefano Sergi