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Se ci siamo fatti prendere dalla cronaca della Vendée Globe ad un certo punto, qualche mese fa, abbiamo appreso che in quel momento le barche partecipanti stavano transitando in un punto del globo terraqueo più prossimo alla stazione spaziale orbitante che ad una qualsiasi terraferma del pianeta.

Beh detta così suona un po’ strana e certamente suona molto pittoresca, tuttavia è la realtà: Point Nemo si trova in un punto dell’Oceano Pacifico Meridionale nominato ufficialmente come il “polo oceanico dell’inaccessibilità”.

Insomma se lo stress della vita quotidiana ci spinge a cercare il punto più remoto della Terra, ed abbiamo un buon piede marino la soluzione al nostro dilemma non può che essere Point Nemo.

Dal momento che il suo titolo ufficiale era un po’ troppo pomposo (e non eccessivamente friendly in effetti) è stato appunto soprannominato Point Nemo, dal famoso antieroe marinaro dell’autore Jules Verne, il Capitano Nemo. Il nome significa “nessuno” in latino, che si addice a un luogo così poco frequentato.

Point Nemo si trova a oltre 1.600 km equidistanti dalle coste di tre isole. L’isola Ducie (una delle isole Pitcairn) si trova a nord, Motu Nui (dell’arcipelago dell’Isola di Pasqua) è a nord-est e l’isola di Maher (al largo della costa dell’Antartide) è a sud. È un posto piuttosto particolare.

Gli esperti in passato hanno discusso a lungo circa l’enigma geografico di trovare il centro dell’oceano, ma per fornire una soluzione completa ci voleva la tecnologia moderna. Il polo oceanico dell’inaccessibilità è stato ufficialmente scoperto nel 1992 dall’ingegnere di rilevamento Hrvoje Lukatela.

Invece di lanciare una spedizione, Lukatela rimase comodamente seduto nel suo laboratorio sulla terraferma e calcolò la posizione del punto utilizzando un software informatico specializzato. Invece di mettere semplicemente uno spillo in una proiezione piatta della Terra, il software ha incorporato la forma ellissoidale del pianeta per la massima precisione.

Il primato di questo singolare luogo sembra non essere eccessivamente in discussione nei prossimi anni visto che si ritiene improbabile che il punto si possa muovere in modo significativo nel prossimo futuro.

La posizione di tre punti equilateri è piuttosto unica e non ci sono altri punti sulla superficie terrestre che potrebbero plausibilmente sostituire uno qualsiasi di questi; è possibile che misurazioni migliori, o erosione costiera, spostino la posizione di Point Nemo, ma – si prevede – solo nell’ordine dei metri. Non credo quindi che sia il caso di fare i pignoli.

Point Nemo è così lontano dalla terra che gli umani più vicini sono spesso gli astronauti. La Stazione Spaziale Internazionale orbita attorno alla Terra a un massimo di 258 miglia; nel frattempo, la massa continentale abitata più vicina a Point Nemo è a oltre 1.670 miglia di distanza.

In effetti l’intera regione intorno a Point Nemo è ben nota alle agenzie spaziali.

L’area è ufficialmente nota alle agenzie spaziali come “Area disabitata dell’Oceano Pacifico meridionale“. In particolare, le agenzie spaziali russe, europee e giapponesi lo usano da tempo come discarica dei satelliti a fine vita, perché è il punto del pianeta con il minor numero di abitanti umani e le rotte marittime meno trafficate.

Si pensa che più di un centinaio di veicoli spaziali dismessi occupino ora questo “cimitero di veicoli spaziali“, dai satelliti alla defunta stazione spaziale MIR. Non si tratta per lo più di relitti interi ma di sezioni o più spesso di frammenti sparsi sul fondo dell’oceano. Le navicelle spaziali infatti non sopravvivono al rientro in atmosfera, la maggior parte di esse brucia; i componenti più comuni a sopravvivere sono i serbatoi di carburante e i circuiti a pressione, che fanno parte del sistema di alimentazione. Questi ultimi sono generalmente realizzati in leghe di titanio o acciaio inossidabile, spesso racchiusi in complesse scatole di fibra di carbonio, resistenti alle alte temperature.

Come in tutti i naufragi anche questi relitti creano habitat che saranno colonizzati da qualsiasi cosa che vive a quella profondità; ed a  meno che non ci sia carburante residuo che fuoriesce, non dovrebbe esserci un pericolo per la vita acquatica.

Ma cosa potrebbe vivere a Point Nemo?

Nonostante abbia scritto 66 anni prima della sua scoperta, l’autore dark fantasy Howard Philips Lovecraft ha scelto un sito stranamente vicino al polo oceanico dell’inaccessibilità per R’lyeh, la casa della sua leggendaria creatura dalla faccia tentacolare Cthulhu.

Nel 1997, gli oceanografi hanno registrato un rumore misterioso a meno di 2.000 km a est di Point Nemo. Ciò ha portato a una grande eccitazione e un bel po’ di trepidazione. Il suono, soprannominato “il Bloop“, era più forte persino di una balenottera azzurra inducendo anche ad ipotizzare che fosse stato prodotto da un mostro marino sconosciuto. Successivamente però la National Oceanic and Atmospheric Administration degli Stati Uniti ha confermato che il Bloop è il suono del ghiaccio quando i grandi iceberg si rompono e si fratturano, generano suoni potenti a frequenza ultra bassa. Successive registrazioni di alcuni terremoti hanno mostrato somiglianze con il Bloop. Quindi, se Point Nemo non è davvero la casa di un drago-uomo-polpo, cosa ci vive esattamente? Secondo gli oceanografi non molto.

Questo perché il punto oceanico di inaccessibilità si trova all’interno del South Pacific Gyre, una massiccia corrente oceanica rotante delimitata a est e ovest dai continenti del Sud America e dell’Australia, a nord dall’equatore e sud dalla forte corrente circumpolare antartica. Le acque all’interno del vortice sono stabili; a Point Nemo, secondo la NASA la temperatura superficiale si assesta sui 5,8 C; la corrente rotante impedisce l’ingresso di acqua più fresca e ricca di sostanze nutritive. Inoltre, poiché la regione è così isolata dalle masse terrestri, il vento non trasporta molta materia organica.

Di conseguenza, c’è poco da mangiare e probabilmente nessuno da sfamare. Senza materiale che cade dall’alto come “neve marina”, anche il fondo marino è privo di vita; e l’area è descritta come “la regione biologicamente meno attiva dell’oceano mondiale”.

Tuttavia, ci sono alcuni punti eccezionali in cui potrebbero sopravvivere creature uniche.

Point Nemo è vicino all’estremità meridionale della East Pacific Rise, una linea sottomarina di attività vulcanica che si estende fino al Golfo di California. Segna il confine delle placche tettoniche del Pacifico e di Nazca, che si stanno gradualmente allontanando. Il magma sgorga nello spazio tra le piastre, creando prese d’aria idrotermali che emettono acqua calda e minerali.

È un ambiente estremo, ma i batteri prosperano, traendo la loro energia dalle sostanze chimiche rilasciate dalle eruzioni. A loro volta, i batteri sostengono creature più grandi. Questi includono il “granchio yeti”, che è stato osservato per la prima volta nel 2005 e così chiamato per il suo aspetto peloso.

C’è ancora molto da scoprire in queste profondità, ma la sua lontananza rende Point Nemo una destinazione costosa e impegnativa per la ricerca. Molti di noi non lo sentirebbero neppure mai nominare se non fosse per la Vendèe Globe ed i visitatori sono pressoché assenti. Ciò significa è necessario usare molta fantasia per immaginarlo.

Le scarse descrizioni parlano di una superficie del mare blu fiordaliso chiaro, con un tono viola per la scarsità particolato e materiale vivente. O lo sarebbe, se non fosse per i rifiuti.

Uno studio pubblicato nel 2013 ha confermato che c’è una zona di immondizia all’interno del South Pacific Gyre. Il più grande accumulo di rifiuti si è verificato al centro dell’area interessata, a circa 1.550 miglia (2.500 km) a nord-est di Point Nemo.

I rifiuti sono principalmente rifiuti di plastica come polistirolo, pellicole, lenze da pesca, frammenti e pellet provenienti dalle navi e dalle coste. La corrente rotante intrappola la spazzatura, scomponendola in piccoli pezzi e raggruppandola in sorta di “isole galleggianti”. I biologi ritengono che la spazzatura potrebbe sbilanciare l’ecosistema e su questo punto siamo alle solite: Anche nel punto più remoto del pianeta, sembra che non si possa sfuggire alle pessime abitudini dell’umanità civilizzata.

Buon vento, ci vediamo a Point Nem… ah no, ci vediamo in mare.

Renzo Crovo