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Chi si avvicina al mondo della navigazione, e in particolare della navigazione a vela, si trova ben presto di fronte al variegato e discusso mondo delle patenti nautiche.

Perché si trova di fronte a ciò? Semplice, perché il passo istintivo dopo aver fatto le prime esperienze in mare, i primi corsi o le prime uscite ospiti di amici, è quello di iniziare a gettare le basi per poter arrivare, un giorno, alla completa autonomia, alla prima crociera e, perché no, alla prima barca.

E qui spesso scatta una delle convinzioni più diffuse e fuorvianti: “Prendo la patente nautica, così sono pronto a navigare”. Nulla di più sbagliato, nulla di più lontano dalla realtà e, soprattutto, nulla di più pericoloso.

La patente nautica, per come è strutturata la legislazione italiana, è semplicemente il documento che abilita alla conduzione di determinate imbarcazioni con determinate caratteristiche tecniche ed entro (o oltre) certi limiti dalla costa. In linea generale, abilita alla conduzione di natanti o imbarcazioni con motore superiore a 40 cv e, in ogni caso, per navigazioni oltre le 6 miglia dalla costa.

Null’altro.

La patente nautica non insegna la navigazione, insegna le normative (una parte, peraltro) che regolano la navigazione, il che è certamente fondamentale, ma non basta: l’esperienza è altra cosa, quella si fa in mare, dura anni e non finisce mai. Guai a credere di aver imparato tutto per il semplice fatto di aver conseguito l’agognato documento.

A dimostrazione di una certa stortura della normativa c’è il fatto, ad esempio, che un neofita sprovvisto di patente potrebbe tranquillamente girare l’Italia timonando una barca a vela di 15 metri e altrettante tonnellate purché non si allontani dalla costa oltre le 6 miglia.

L’offerta, da parte delle scuole abilitate al rilascio delle patenti, è quanto di più variegata ci sia e, va detto, nei casi migliori le scuole offrono senza dubbio anche una importante preparazione di base, ma a questa corrisponde anche una ovvia e legittima lievitazione dei costi.

In altri termini, una vera e propria giungla. C’è chi propone corsi che durano mesi e chi promette una patente in un paio di weekend intensivi. Le differenze di costi sono spesso determinate dalle ore riservate alla pratica, quindi alla navigazione.

Si parte da “offertissime” da 300 euro per quei corsi super intensivi di poche ore e in gran parte affidati allo studio autonomo dell’allievo, a corsi molto lunghi e approfonditi, con lezioni bisettimanali per mesi, svariate uscite in mare e costi che superano i mille euro e in molti casi arrivano anche a 1.500.

Diverso, naturalmente, il discorso di chi vuole avventurarsi sul terreno del privatista. Dipende tutto o quasi dalla volontà del singolo candidato e dalle sue scelte.

Le patenti si dividono in due grandi categorie, entro le 12 miglia e oltre, con struttura didattica simile e in parte comune. In entrambi i casi, la parte teorica è semplice studio: nozioni, definizioni, regolamenti, leggi, che in sede di esame si trovano sotto forma di quiz.

Si va dai segnalamenti marittimi (fari, fanali, ecc.) alla meteorologia, al motore e alla nomenclatura delle varie componenti di uno scafo; dalla conformazione di una bussola, fino allo studio delle giurisdizioni e degli enti che sovrintendono il mondo nautico.

Attenzione, in apparenza è noiosa teoria, in realtà sono nozioni fondamentali per chi vuole navigare: riconoscere dalle luci di navigazione la rotta e la tipologia di imbarcazione che si può incrociare in una notte senza luna è l’Abc per chi vuole mollare gli ormeggi in autonomia. Idem saper riconoscere all’istante, durante una manovra, una sartia rispetto a una draglia.

Il carteggio, ossia la tracciatura delle rotte sulle carte nautiche, è invece altra cosa rispetto alle nozioni teoriche: imparare da autodidatta è alla portata di tutti ma non semplicissimo e la prova del carteggio è fondamentale sia nella patente entro le 12 miglia sia in quella più estesa. È senza dubbio uno degli scogli maggiori nelle prove teoriche e tra le cause più frequenti di bocciatura.

Carteggio

Il vero nocciolo della questione patenti, in Italia, è la parte pratica dell’esame, dove non c’è uniformità di test: ci sono Capitanerie in cui si è visto il candidato costretto a ogni sorta di manovra a vela e pure all’accosto in banchina magari con 20 nodi di vento e si sono viste altre prove pratiche, svolte su lago, in assenza totale di vento, dove per simulare una virata o strambata era l’esaminatore a spostare fisicamente il boma mentre la barca avanzava a motore acceso. Di tutto e di più, insomma.

L’importante è avere l’umiltà di rendersi conto da soli, dopo aver conseguito la patente, del reale livello di preparazione prima di andar per mare ed eventualmente rivolgersi a una delle migliaia di scuole vela.

La parte pratica è appunto un tallone d’Achille perché la legislazione italiana prevede una prova che, per difficoltà, può variare da 0 a 100 o quasi e della durata di una mezz’oretta, mentre in altri Paesi il candidato prima di conseguire la patente deve dimostrare di aver navigato per centinaia di miglia, con tanto di certificazione, come accade ad esempio in Svizzera.

Insomma, si richiede esperienza, per aspirare al ruolo di comandante (con tutto quel che ne consegue anche sotto il profilo delle responsabilità civili e penali), mentre l’Italia si limita a pretendere di saper tirare un paio di bordi. E questa differenza è fondamentale per la sicurezza di chi naviga e soprattutto di chi crede di saper navigare solo per aver conseguito una patente.

Stefano Sergi

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